19Gennaio2021 Libano: ultima occasione per evitare un’ecatombe

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di Giuseppe Cammarata

Il lockdown non dovrà fallire. Il lockdown non può fallire”. Così scriveva in un tweet rilanciato migliaia di volte giovedì il dottor Firass Abiad, primario al policlinico dell’università Rafik Hariri di Beirut, la maggiore e più importante struttura sanitaria libanese preposta al contenimento della pandemia da COVID-19. “E’ una cosa molto seria. Nelle ultime 24 ore 4 persone hanno avuto un arresto cardiaco nel nostro reparto di terapia intensiva. Uno di essi aveva soltanto 19 anni”, continuava il tweet.

Giovedì mattina alle 5 è infatti cominciato il coprifuoco totale imposto per 11 giorni a tutto il Paese. Nessuno escluso, si può uscire di casa soltanto un’ora al giorno per “gravi ed improrogabili necessità”. Andando in giro a piedi per il quartiere dove vivo e dove ARCS ha il proprio ufficio si notano strade deserte e negozi chiusi, anche quelli che in passato erano stati esentati dalla chiusura. Persino il supermarket Fahed, solitamente aperto 7 giorni su 7, questa volta ha chiuso i battenti ed offre soltanto un servizio di consegna della spesa a domicilio. Lo stesso dicasi per le banche, che neanche durante la guerra civile degli anni ’70-80 del secolo scorso hanno chiuso i battenti. L’aeroporto funziona al 20% delle sue capacità e le frontiere terrestri e marine sono sbarrate, salvo che per limitate eccezioni.

Il sistema sanitario (pubblico e privato) libanese è letteralmente al collasso, e questa sembra essere l’ultima occasione per evitare una vera e propria ecatombe. Al momento sembra che la misura regga, ma ci si chiede quanto questo possa costare al Paese in generale ed alle fasce più vulnerabili (rifugiati, migranti, anziani, persone a reddito fisso), abbandonate a loro stesse e che hanno dovuto sopportare le conseguenze di altri 5 lockdown più o meno parziali nel corso dell’ultimo anno.

Il lockdown e l’emergenza sanitaria contribuiscono ad ampliare ulteriormente le differenze sociali già molto marcate in un Paese ultra-liberista come il Libano, dove medicine, bombole di ossigeno e generi di prima necessità scarseggiano da settimane e sono oggetto di accaparramento e di scambio al mercato nero per chi può permetterselo. Come durante un periodo bellico.

Per fare fronte a queste carenze l’ordine dei medici e l’associazione degli importatori di presidi medico-chirurgici hanno ad esempio cominciato a pubblicare online liste di materiali disponibili a prezzi calmierati. Lo stesso sta facendo l’ordine dei farmacisti per le medicine ancora disponibili.

I rifugiati siriani, la quasi totalità dei quali ormai vivono soltanto grazie alla solidarietà internazionale, non riescono da soli a fare fronte ai loro bisogni di base, come sottolineato in un report ufficiale dell’UNHCR venerdì scorso. Due settimane fa un siriano si è dato fuoco, fortunatamente sopravvivendo, per protestare contro le difficolta che la sua famiglia stava vivendo, dal momento che non era più in grado di pagare le medicine per la figlia malata.

In questo frangente il governo del Paese continua ad essere dimissionario ormai da mesi e le diverse fazioni politiche non riescono ad accordarsi per nominare un nuovo gabinetto, che alcuni vorrebbero composto da “tecnici”, altri da “politici non compromessi con il passato” ed altri ancora senza la presenza di personalità riconducibili ad Hezbollah. Ma sempre sotto la guida dell’immarcescibile ed eterno Sa’ad Hariri, primo ministro fin qui designato (per la quarta volta in carriera).

Noi di ARCS, insieme ai nostri partner, continuiamo a sostenere le fasce più vulnerabili, cosa ancora più urgente e necessaria in questi frangenti. Attraverso il progetto DROIT continuiamo ad offrire supporto legale e psicosociale ai detenuti di Rabieh, alle detenute di Barber el-Khazen ed assistenza alle loro famiglie; attraverso il progetto ”Donne Siriane” continuiamo a supportare due cooperative femminili di trasformazione agro-alimentare in Akkar con attività di formazione e di supporto tecnico; attraverso il progetto “Naba’a” continuiamo ad offrire supporto scolastico e sostegno a microimprese femminili in un quartiere vulnerabile di Beirut; attraverso il progetto “Chawaghir” sosteniamo con attività di Cash for Work oltre 200 famiglie vulnerabili in un’area al nord del paese ai confini con la Siria.

Attraverso la nostra raccolta fondi “Beirut calling” contribuiamo a sostenere centri di salute ed ospedali pubblici distribuendo materiale sanitario e dispositivi di protezione individuale.

Infine, insieme ai partner locali, stiamo preparando nuovi progetti  per aumentare l’impatto della nostra presenza nel Paese.

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