25Giugno2021 Porto via dal Senegal una testimonianza di pace

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di Giovanni Baccani, volontario Servizio Civile Universale

Sono arrivato a Linguère per la prima volta e ad attendermi c’era una tempesta di sabbia, ed era nel febbraio del 2020, in un mondo ancora inconsapevole della pandemia che avrebbe imperversato.

Un anno e mezzo e fa, e sembra una vita fa. Ho lasciato Linguère nel giugno del 2021, all’alba di una stagione delle piogge, che, complice la pandemia e gli spostamenti nel calendario, non riuscirò a vedere; qualche giorno fa, eppure sembra una vita fa. Questo perché oramai le logiche spazio-tempo si sono così ristrette che la mattina ti risvegli in un continente e la sera ti addormenti in un altro. E quando arrivi, sembra che tu non te ne sia mai andato. E sarà così quando un giorno mi ritroverò tra le sabbie del Sahel, che sono state la mia casa per 7 mesi. Ciò che consente di rivivere gli attimi vissuti sono le memorie e le emozioni che restano di essi; e specialmente con me porto via dal Senegal una testimonianza di pace.

Quella dell’equipe e dei beneficiari, che si sono sempre dimostrati gentili e disponibili nei nostri confronti, come in un certo senso a volerci ringraziare di aver speso del tempo della nostra vita nel mezzo del deserto. È stata un’opportunità unica ed una scoperta quotidiana quella di poter vedere in prima persona lo sforzo e il sacrificio di chi lavora e lotta per il futuro in un contesto difficile, e che invece di pensare ad abbandonarlo, si sacrifica affinché le prossime generazioni possano sfruttarlo al meglio.

È anche quella della popolazione locale, che usa il confronto ed il dialogo per prendere le decisioni per il proprio villaggio, ascoltando le necessità di tutti e armonizzando gli interessi di ciascuno in modo tale da garantire beneficio agli interessati senza recare danno a nessuno, trovando il vantaggio nell’interesse comune.

La testimonianza di pace più grande però si ascrive in quella del popolo senegalese, che sposa i principi di non violenza ispirati ai messaggi pacifici delle figure religiose e anticoloniali, che hanno combattuto senza armi e violenza l’occupazione coloniale fino a 60 anni fa. Il rispetto, la generosità, l’accettazione del diverso rendono i senegalesi fieri dell’atmosfera pacifica che si respira nel paese tra musulmani e cristiani, tra wolof e peuhl, tra locali e stranieri. Il prossimo non è un estraneo, ma a tutti gli effetti parte della comunità. Il senso di comunità si fonda sul senso di famiglia, che in Senegal è molto largo essendo le famiglie numerose; più o meno tutti hanno parenti e amici che vivono in diverse città e zone del paese, così come quelli che hanno parenti nella diaspora senegalese in Europa e nel mondo intero. Questa grande famiglia senegalese mi ha accolto a braccia aperte e non mi ha fatto mai sentire solo. Questa è la terangal’ospitalità, un valore sacro per i senegalesi, che porterò sempre con me.

È un messaggio forte quello del popolo senegalese, che resiste come baluardo di pace e coesione, in una grande area, quella del Sahel, dove da anni atti violenti e intimidatori minano alla stabilità della regione, che già soffre delle precarietà legate al clima e al territorio. Avere la possibilità di assistere ad un progetto che mira a sostenere e supportare lo sviluppo della vita in un territorio del genere, come il progetto SOUFF, è stato per me un piacere ed un motivo di orgoglio oltre a ritenere che sia stato un privilegio quello di aver svolto il servizio civile. Un’esperienza di questo tipo infatti è stata resa possibile da un’istituzione abbastanza unica nel suo genere, che difficilmente trova eguali su questo pianeta. Il poter entrare in contatto, vivere e cooperare con popolazioni in contesti più remoti rappresenta una straordinarietà che il servizio civile offre, e che, nel mio piccolo cercherò di promuovere.

Questa esperienza è stata sicuramente segnata dalla pandemia attuale, che ha portato ad un rientro anticipato ed alla sospensione del progetto per diversi mesi, senza avere, come tutti d’altronde una garanzia per il ritorno. Oggi posso dire però che l’attesa per il rientro in loco ne è valsa la pena. In tanti dei miei amici mi hanno visto come un folle nel voler ritornare nonostante una situazione globale precaria, ma risposi loro che avevo preso un impegno e come tale sentivo come mio dovere quello di portarlo a termine. Dall’altro lato, la pandemia ha inevitabilmente pregiudicato alcune delle attività, così come ha turbato per certi versi la permanenza in loco, anche se siamo stati fortunati perché il virus ha circolato meno rispetto che in Europa. Mi sono sempre chiesto come sarebbe andata l’esperienza se non ci fosse mai stata una pandemia: ma questo probabilmente è il pensiero di tutti, che ci chiediamo come il mondo avrebbe continuato a girare senza uno sconvolgimento tale. Non resta altro allora che guardare con voglia di riscatto verso il futuro, che possa essere pieno per tutti delle soddisfazioni che non abbiamo potuto toglierci di questi tempi.

Ringrazio ARCS e tutti i miei compagni e le mie compagni di viaggio per questa bellissima avventura vissuta assieme.

E per concludere, faccio riferimento ad una figura che mi ha ispirato molto, e che è stato centrale affinché abbia potuto svolgere il servizio civile, conosciuta durante la formazione generale. Don Lorenzo Milani è stato tra i più ardui oppositori alla leva militare obbligatoria e sostenitore dell’obiezione di coscienza, e nel celeberrimo discorso “L’obbedienza non è più una virtù” disse: “Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri”. 

E mentre mi trovavo a sorseggiare del tè alla menta a fine giornata con i miei amici senegalesi, non potevo non fare altro che immedesimarmi nelle sue parole: non c’erano né confini né barriere che potessero in qualche modo dividere degli esseri umani così in sintonia tra di loro. E aggiungo: l’obbedienza non è più una virtù, il servizio invece è un dovere. E questo è solo l’inizio.

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