19Luglio2021 Libano: sembra di vivere in un Paese in guerra

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di Giuseppe Cammarata

Sa’ad Hariri, primo ministro designato dallo scorso ottobre a guidare un nuovo governo in Libano, giovedì scorso ha rinunciato all’incarico, proprio nel giorno in cui avrebbe dovuto presentare il nuovo esecutivo al presidente della Repubblica Michel Aoun.

Le dimissioni di Hariri sembra siano scaturite a seguito di uno scontro durissimo, l’ennesimo durante questi difficili mesi, con il presidente Aoun. Motivo del contendere, la componente cristiana nell’esecutivo, ritenuta “non adeguata” da Aoun e dal suo potentissimo genero Gibran Bassil, capo del “Movimento patriotico libero” (alleato di Hezbollah). Entrambi si sono accusati a vicenda di aver deliberatamente fatto fallire le trattative, che si erano lungamente protratte per nove mesi, contribuendo in questo modo ad esacerbare ulteriormente la già insostenibile situazione economica e sociale del Libano.

La banca mondiale lo scorso dicembre ha definito la crisi economica del Libano una “depressione deliberata”, dal momento che l’inazione delle forze politiche nazionali ha provocato un enorme impoverimento delle fasce più vulnerabili della popolazione. Il latte per bambini e la maggior parte delle medicine sono ormai introvabili (tranne al mercato nero, in mano a poche famiglie che fanno “cartello”), il carburante è fortemente razionato (ma anch’esso ben disponibile al mercato nero a prezzi maggiorati), la compagnia elettrica nazionale ha spento due delle tre centrali elettriche del Paese per impossibilità di acquistare il carburante necessario al loro funzionamento a causa della penuria di dollari e quasi la metà della popolazione non riesce a soddisfare le esigenze primarie quotidiane.

Da allora la situazione è ulteriormente peggiorata: Sembra di vivere in un paese in guerra, dicono molti libanesi che frequento. Ed in effetti, tale è l’esatta definizione di diversi centri studi internazionali: il Libano ormai da due anni sta vivendo una crisi economica paragonabile a quella vissuta da paesi che escono da una guerra.

Solo che in questo caso l’unica guerra che il Paese sta subendo è quella che le diverse forze politiche si fanno fra loro per motivi di mero calcolo opportunistico: attualmente il Paese è ancora governato dall’esecutivo provvisorio guidato dell’oscuro e praticamente sconosciuto Hassan Diab, il quale però, secondo l’ordinamento libanese, in quanto esecutivo in carica per gli affari correnti, ha poteri molto limitati in economia.

Per cercare di risalire la china servirebbe un esecutivo nel pieno dei suoi poteri. Giovedì finalmente Hariri si era detto pronto a presentare la lista dei ministri al presidente Aoun, momento molto atteso anche dalla comunità internazionale dei donatori, i quali si erano detti pronti a sostenere la moribonda economia libanese con crediti di aiuto e a dono a patto che il nuovo governo effettuasse il “solito” pacchetto di riforme neoliberiste richieste in questi casi: vendita a prezzi di mercato dei pochi asset appetibili (la compagnia aerea, l’azienda elettrica nazionale, le telecomunicazioni ed i porti di Beirut e Tripoli), una riforma fiscale che vada a colpire ancora una volta i titolari di un reddito fisso, tagli orizzontali alle spese.

Il presidente Aoun ha subito affermato che chiederà al Parlamento di identificare un nuovo candidato a guidare il governo. Ma qualsiasi candidato per la legislazione libanese dovrà essere necessariamente musulmano sunnita. Dal momento che Sa’ad Hariri è di gran lunga il politico sunnita più influente del Paese, sembra difficile che qualcun altro si farà avanti senza il suo consenso, esplicito o meno.

Intanto il Paese sprofonda sempre più: dopo l’annuncio della rinuncia di Hariri la lira libanese ha raggiunto un nuovo record negativo nei confronti del dollaro sul mercato parallelo (il valore ufficiale di 1.507 lire per un dollaro è assolutamente artificiale ed irrealistico) e molte persone, non tutte sostenitori di Hariri, sono scese nelle piazze a protestare bloccando le maggiori strade del paese, bruciando pneumatici e lanciando pietre.

È intervenuto l’esercito, che è riuscito a circoscrivere le proteste per fortuna in modo pacifico. Tuttavia, la tensione rimane alta, e nessuno di noi è davvero capace di prevedere cosa possa accadere nei prossimi giorni, quando anche in Libano si festeggerà l’Aid al-Adha, la più importante festa musulmana sunnita.

A seguito di ciò, il presidente Macron ha appena comunicato di voler organizzare a Parigi una conferenza dei donatori il prossimo 4 agosto (anniversario delle esplosioni del porto di Beirut).

Pur con qualche difficoltà, ARCS continua a realizzare in piena sicurezza le sue attività di emergenza e di sviluppo nel Paese, volte a sostenere le fasce più vulnerabili della popolazione libanese e rifugiata. Lo staff nazionale ed espatriato è regolarmente al lavoro ed i partner locali sono quotidianamente sul terreno.

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