23Settembre2021 Tunisia dopo il 25 luglio: cosa sta accadendo? | Parte 3

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Nei giorni successivi al 25 luglio[1], la stampa tunisina ha entusiasticamente diffuso la notizia di un imminente aumento dell’aiuto del FMI ai “paesi vulnerabili”, che si sarebbe tradotto per la Tunisia nella disponibilità di circa 600 milioni di dollari (alcuni si sono spinti fino a 715 milioni) in nuovi Diritti Speciali di Prelievo (la “valuta contabile” interna al FMI), che – sottolineavano molti – non é un prestito e non prevede rimborso. [2]

Che la Tunisia abbia un disperato bisogno di risorse fresche non ci sono dubbi[3]. Da tempo, anche per far fronte alle spese correnti, il Paese dipende in misura importante dall’aiuto internazionale, vista la debole capacità di imposizione fiscale su un’economia comunque fragile (forte è l’evasione e oltre la metà del debito pubblico è debito verso creditori esteri). I successivi accordi con le istituzioni finanziarie internazionali non si sono però mai rivelati quel grande aiuto per il quale vengono sempre spacciati.

Come ha scritto di recente anche l’Istutito per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), l’ultima Estended Finance Facility accordata dal FMI al paese, da 3 miliardi di Euro ha portato “a una forte perdita di valore del dinaro, aumentando l’inflazione ed erodendo il già contenuto potere d’acquisto della popolazione senza stimolare come promesso le esportazioni”.[4] E con “aiuti” di questo genere, che vengono accordati a patto che il Paese si impegni a ridurre le spese per salari e sussidi, e che generano un importante flusso di risorse in uscita per il pagamento degli interessi, si finisce “per togliere sostegno più a persone che ne hanno bisogno che non a quanti ne possono fare a meno”.

In genere, chi desidera ardentemente questo tipo di “aiuti” è la classe politica, stretta dal bisogno di avere risorse immediate da utilizzare per rinsaldare il consenso e stimolare qualche interesse delle proprie lobby e meno curante degli effetti a medio termine, che si concretizzeranno quando il ministro di turno sarà già altrove. E, ciononostante, ultimamente le negoziazioni tra FMI e governo tunisino non hanno condotto a risultati concreti: anche per i governi più spregiudicati, non è facile approvare le condizioni richieste, che rischiano di esacerbare ulteriormente la rabbia popolare.

Entro la fine dell’anno, la Tunisia dovrebbe rimborsare a titolo del servizio del debito circa 3 miliardi di dinari (quasi un miliardo di Euro) e la legge finanziaria 2021 prevede un totale di 11,5 miliardi di dinari per il pagamento di capitale da debiti in scadenza (di cui 6,5 miliardi all’estero) e 4 miliardi di rimborsi per un debito pubblico che supera il 90% del PIL.[5]

Saied non ignora di certo questa situazione e per questo cerca di rassicurare tutti evocando nuove risorse che sarebbero in arrivo da “altri partner internazionali”. E in effetti già il 5 agosto il Fondo Monetario arabo ha annunciato un prestito “compensatorio” da 82 milioni di dollari, seguito l’11 agosto dal Programma di Finanziamento del Commercio Arabo, che ha promesso un sostegno straordinario al paese da 57 milioni di dollari.[6] Non c’è dubbio che anche in questo caso a dettare la linea siano gli azionisti di maggioranza di questi organismi, entrambi con sede negli Emirati.

Con queste ultime considerazioni finanziarie e diplomatiche in mente, passiamo a esaminare i recenti avvenimenti dal punto di vista interno. L’evidente ampio sostegno popolare al colpo di testa di Saied ha sostanzialmente due componenti sociali: una borghese e una popolare.

La prima è quella dei ceti medi e medio alti da sempre contrari alla preponderanza dell’Islam politico, per motivi ideologici e per il timore di perdere l’impostazione laicista della stato fortemente voluta da Bourguiba e riaffermata da Ben Ali: quello stesso ceto medio che l’epoca di Ben Ali ha esteso e rafforzato facendone la propria base di consenso, grazie proprio all’uso delle risorse prese a prestito e all’allargamento degli impieghi statali. Nella politica tunisina come altrove, da quando con la rivoluzione del 2011 i partiti anche di dichiarata ispirazione religiosa sono stati legalizzati, si sono delineati due schieramenti contrapposti configurati sulla relazione tra Stato e religione.

Questi due schieramenti si presentano come alternativi anche se il loro essere alternativi si limita a questi aspetti “culturali”. Importanti certo (basti pensare ai diritti delle donne), ma indifferenti ad altri altrettanto importanti aspetti riguardanti i diritti economico-sociali dei ceti inferiori: le ricette economiche di Rachid Ghannouchi, la guida degli islamisti, e quelle di Abir Moussi, leader di un partito che si rifà chiaramente alla tradizione benalista e si presenta come paladino della laicità, non differiscono nella sostanza. Questa polarizzazione di schieramenti viene sempre utile per mettere le questioni economiche e sociali in secondo piano, perché “c’è prima da scongiurare il pericolo”: l’islam politico per gli uni, la perdita dell’identità religiosa per gli altri. Per dirla in termini sociologici, è a quei ceti medio-alti che fanno riferimento entrambi gli schieramenti.

In questo scontro tra schieramenti simili, Saied ha spesso mantenuto una posizione ambigua. Vale la pena ricordare come durante la campagna presidenziale del 2019 che lo ha visto vincitore si rifiutasse di dare risposte chiare a domande che riguardassero i diritti civili e potessero “scontentare” gli islamisti. A chi gli chiedeva ad esempio come la pensasse sulla questione dei diritti delle donne in materia di eredità (ancor oggi inferiori a quelli degli uomini, in base a una presunta impostazione coranica della legge) rispondeva “tanto i tunisini non hanno nulla da lasciare in eredità”: i conservatori religiosi venivano così tranquillizzati, i ceti popolari avvertivano un’eco di attenzione alla propria povertà e lui, Saied, poteva aspirare ai voti degli uni come degli altri.

Del resto, la stessa Ennahda, sia pure probabilmente obtorto collo, a seguito di quelle elezioni ha dovuto accettare la collaborazione con questo “presidente voluto dal popolo”, che l’ha ricambiata con la scelta del primo capo del governo post elettorale, e ha scelto di votare la fiducia anche al secondo. Solo quando quest’ultimo Primo Ministro ha preteso di scrollarsi di dosso la tutela del Presidente (gettandosi appieno tra le braccia del partito islamista), l’intesa tra i tre Presidenti (Saied della Repubblica, Fakhfakh del Governo e Ghannouchi del Parlamento) si è definitivamente rotta, inaugurando mesi di paralisi politica e istituzionale interrotti solo lo scorso 25 luglio.

 

 

[1] Vedere la prima e la seconda parte dell’articolo in https://www.arcsculturesolidali.org/2021/09/17/tunisia-dopo-il-25-luglio-cosa-sta-accadendo-parte-1/ e https://www.arcsculturesolidali.org/2021/09/20/tunisia-dopo-il-25-luglio-cosa-sta-accadendo-parte-2/?fbclid=IwAR2irsIwhK8mkK3hzmFZYjEPgLF_q2VuJIhZkx-3Yr7QPQZZCGqRCCPRSQ4

[2] https://lapresse.tn/105293/droit-de-tirage-special-don-du-fmi-linattendue-bouffee-doxygene-pour-les-finances-de-la-tunisie/.

[3] https://www.ilboursa.com/marches/remboursement-de-la-dette-publique-qu-est-ce-qui-nous-attend-pour-le-reste-de-l-annee-_29861?fbclid=IwAR23JF6Q1m8vCjFwOJANznKCChMbThTCwr2bnw8A3PZiRHN1EnEPj4ZcGo8

[4] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/tunisia-nuova-economia-cercasi-la-stabilita-31299

[5] https://lapresse.tn/105904/au-coeur-de-la-crise-la-tunisie-appelee-a-honorer-ses-engagements-la-difficile-quete-de-la-solvabilite/?fbclid=IwAR0dr_in-l6vFsjUXnUEjrOpcVyuframT93Ybka9RaYnOrqs6-XJhZm8bBs

 

[6] https://www.tunisienumerique.com/bonne-nouvelle-nouveau-soutien-financier-arabe-de-158-millions-de-dinars-a-la-tunisie/?fbclid=IwAR1scL1BdfqAYPdbqf1jBq_YH4E1lW-8XcbHgNOiZD1et1ovTMfmKJkV-7Y

 

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