08Ottobre2021 Tunisia dopo il 25 luglio: cosa sta accadendo? | Parte 5

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Alberto Sciortino, cooperante ARCS in Tunisia, ci racconterà in più puntate la situazione politica, sociale ed economica della Tunisia dopo gli avvenimenti del 25 luglio

Il grande impeto di lotta alla corruzione sbandierato da Kais Saied non è chiaro a cosa condurrà: i sequestri di beni e ricchezze effettuati in queste ultime settimane a ritmo serrato si tradurranno in confische definitive sulla base di provvedimenti giudiziari validi? I milioni ammassati dai corrotti si tradurranno in investimenti per lo sviluppo come promette Saied? Al momento queste prospettive appaiono abbastanza fumose, come fumosi appaiono gli esiti dei blandi “inviti” alle imprese e alle banche. E soprattutto, anche se dovesse riuscire negli intenti, la lotta alla corruzione si tradurrà in un riaggiustamento del sistema a vantaggio dei ceti deboli? Ha anche qui ragione l’ISPI, quando scrive che in Tunisia “la corruzione non è tanto l’ostacolo allo sviluppo, bensì una delle espressioni del modello di sviluppo consolidatosi, che sia a fini di estrazione della rendita o per racimolare le risorse necessarie alla sopravvivenza”. Questo modello non lo si modifica di certo con qualche sequestro di dubbia efficacia e qualche “invito”. Ma Saied potrebbe spingersi oltre senza erodere il proprio consenso in quella parte del ceto medio e alto che su quella corruzione ha costruito le proprie rendite e che, soprattutto, rappresenta importanti centri di potere in seno allo stesso apparato statale?

Una lotta alla corruzione che non apporti allo Stato nuove risorse da investire sul piano economico e sociale, rischia di lasciare il tempo che trova. La mancanza di risorse dello Stato tunisino – l’abbiamo detto – é ormai strutturale[1] e non risiede tutta nella distrazione di quelle risorse nell’ambito di casi di corruzione: non tutte le risorse derivanti da fondi esteri hanno preso la strada dell’immediato arricchimento privato di qualche ministro o alto funzionario. Una parte importante é servita effettivamente a finanziare infrastrutture e investimenti.

Ma, forse, erano proprio quelle infrastrutture e quegli investimenti a essere indirizzati su principi sbagliati, dettati non tanto dai reali bisogni della Tunisia, quanto piuttosto dagli interessi commerciali di chi concedeva i prestiti, che imponeva alla Tunisia in cambio di quei prestiti occasioni di lavoro e di vendita di beni per le proprie imprese nazionali. Investimenti quindi indirizzati a grandi progetti alla portata di imprese di livello internazionale piuttosto che verso interventi diffusi ad alta intensità di manodopera locale di cui il paese avrebbe enorme bisogno, soprattutto per mettere in sicurezza il territorio, l’ambiente e un patrimonio storico ogni giorno più minacciati dal degrado e soprattutto per creare occupazione. Forse aver incentrato il modello di sviluppo sul binomio costituito dal turismo di massa e dalle imprese di assemblaggio non ha (e non poteva farlo) effettivamente contribuito alla sviluppo endogeno: quel turismo e quelle imprese si basano sui bassi livelli salariali e sulla riesportazione all’estero dei benefici. Sul presupposto, cioé, di ulteriore povertà.

E se le risorse che arrivano dall’estero non contribuiscono alla sviluppo, tantomeno posso farlo quelle interne, frutto di una capacità di imposizione fiscale debolissima: per limiti strutturali tutta l’economia informale e grossa parte del commercio sfuggono alle registrazioni; per vera e propria evasione sfugge anche parte non indifferente dell’economia formale. I margini di manovra dello Stato quindi, qualunque sia il governo o il presidente, devono fare i conti con risorse che coprano appena le spese correnti dell’apparato statale. A volte neppure quelle.

Lo stile « decisionista » di Saied indubbiamente piace e sembra anche dare i propri frutti, nonostante quacuno abbia storto il muso su alcuni episodi specifici, come l’irruzione della polizia nella sede della catena televisiva Al Jazeera (ulteriore chiaro avvertimento al Qatar, che la possiede) o le manovre ai vertici della televisione nazionale. Ma Saied (e con lui l’apparato repressivo su cui evidentemente si appoggia) non sembra curarsi degli eventuali malumori causati dagli attacchi alla stampa: il 3 ottobre un ulteriore passo in avanti nella strategia di repressione dell’opposizione é stato segnato dall’arresto di un conduttore della catena televisiva Zitouna (filoislamista) e di un altro deputato del movimento ultraislamista Al Karama, che aveva appena attaccato il Presidente in televisione.

Il decisionismo di Saied piace anche nel nuovo corso della campagna contro il COVID. Negli ultimi mesi sembrava una battaglia che, piuttosto che essere persa, non era mai stata combattuta, con il governo intento a barcamenarsi tra misure di contenimento che cambiavano ogni giorno e comunque venivano scarsamente rispettate e fatte rispettare. Dal 25 luglio, complice finalmente l’arrivo di grossi quantitativi di vaccini come dono internazionale, una nuova struttura a gestione militare organizza ogni giorno vaccinazioni di massa, che hanno già reso la Tunisia il secondo paese africano per percentuali di vaccinati dopo il Marocco. Certo, il totale resta ancora il 25% del previsto, ma anche in questo campo il cambio di ritmo non passa inosservato, ancor di più perché alla vaccinazione di massa si aggiunge (annunciato a fine agosto) l’atteso versamento dei sussidi economici alle famiglie povere che subiscono l’impatto della pandemia.

Sul piano politico, il sistema dei partiti esce al momento annichilito dalle mosse del Presidente. Stupisce soprattutto l’assenza di reazioni forti da parte della stessa Ennahdha, apparentemente in preda a un crisi interna, con diverse frange del partito che contestano Ghannouchi, leader da sempre, per aver condotto il partito in un cul de sac. La dichiarazione di Ghannouchi agli elettori di aver “compreso i propri errori” sembra la caricatura di quella con cui tentò inutilmente di salvarsi all’ultimo momento anche Ben Alì (“io vi ho compreso”, disse ai tunisini, che non gli credettero neppure un attimo). La sola proposta che il partito ha saputo esprimere finora é quella della instaurazione di un “dialogo nazionale” che é l’ultima cosa che Saied può desiderare: si tradurrebbe per lui in un’immediata perdita di consenso. Intanto, centinaia di dirigenti e aderenti di Ennahdha annunciano l’uscita dal partito (pronti probabilmente a saltare su qualche altro cavallo in corsa) e anche le manifestazioni di piazza indette dal partito non hanno certo registrate le folle oceaniche che in altri tempi hanno seguito le indicazioni di Ghannouchi.

Gli altri partiti non godono di migliore salute, tra sfiducia dei cittadini e arresti dei deputati. Persino il Partito Desturiano Libero (PDL) di Abir Moussi, che pure auspicava la disfatta degli islamisti, sembra aver perduto la voce di fronte alla strategia di un presidente che non ha mai amato né appoggiato, ma che ha realizzato esattamente quello che il PDL auspicava, togliendogli di fatto la ragione del consenso. L’ultima mossa del PDL per recuperare terreno é stata quella di cercare di superare Saied nella sua stessa strategia : i deputati del partito si sono detti pronti a mettere a disposizione le proprie firme per sciogliere il Parlamento. Il grande timore di Abir Moussi é che Saied scenda personalmente in campo in occasione di prossime elezioni, prosciugando il bacino di voti del PDL.

Saied per il momento conserva la sua buona dose di ambivalenza, che permette a tutti quelli – e sono molti – che non sopportavano più la classe politica al potere e temevano la presa islamista dello stato di appoggiarlo. Sindacati, associazioni di società civile, ceti popolari: tutti sperano che ai proclami faccia seguito una seria riforma del sistema, l’arresto dei corrotti, il recupero di risorse per uno sviluppo che crei lavoro e reddito… un programma un po’ troppo ambizioso per lasciarlo nelle sole mani di un Presidente e soprattutto un programma che – per essere messo in pratica – deve portare a chiare scelte di campo: in Tunisia stare allo stesso tempo dalla parte della borghesia di stato che ha gestito i prestiti e firmato gli accordi commerciali con l’estero e da quella dei ceti popolari che di quei prestiti hanno visto solo la corruzione e che di quegli accordi hanno spesso solo subito conseguenze pesanti, non é a lungo andare possibile.

L’ambiguità di Saied sarà ben presto sciolta sciolta: non c’é dubbio che quel momento dovrà arrivare, tranne che egli stesso non venga “eliminato” da ulteriori avvenimenti. Quando sarà chiaro in che direzione Saied intende davvero andare, probabilmente molti resteranno delusi. Un primo segnale forte in tal senso il Presidente lo ha dato il 22 settembre, con l’annuncio della creazione di una commissione di giuristi per proporre le modifiche “necessarie” alla Costituzione del 2014. Nel frattempo “la Costituzione resterà in vigore per le parti che non contrastano con le misure speciali” prese dallo stesso Presidente ed egli stesso si riserva il potere di legiferare per decreto su numerose questioni, compresa la regolamentazione dei media, della giustizia, dei sindacati, dei partiti: la strada verso un sistema autoritario sembra così tracciata …

Il decreto del 22 settembre sembra in effetti aver cominciato a incrinare il diffuso consenso a favore di Saied nella “opinione pubblica” che conta, anche se non ancora – sembra – quello popolare. I sindacati e sempre più numerose associazioni di società civile, che pure hanno gioito per i colpi assegnati al sistema corrotto avente al centro Ennahdha, cominciano a fare dei distinguo e a chiedere al Presidente di mettere un termine al “periodo eccezionale”, mentre segnalano la sostanziale assenza di misure concrete per i ceti svantaggiati e per l’economia, al di là dei facili proclami.

Questi appelli restano senza ascolto. A fine settembre, Saied ha segnato un colpo a favore della propria immagine di riformatore incaricando per la prima volta nella storia del paese una donna – una docente universitaria – di formare il nuovo governo. Piccolo neo: questo Primo Ministro e il suo futuro governo non passeranno per la fiducia del Parlamento e non avranno di fatto alcun potere, visto che lo stesso decreto del 22 settembre assegna al Presidente buona parte del potere legislativo.

Le cancellerie “amiche” ancora tacciono, ma fino a quando potranno coprire il rischioso percorso intrapreso da Saied? E fino a quando i ceti popolari aspetteranno il compimento delle promesse? A Tunisi, la partita non é chiusa.

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[1] Un po’ di dati utili in proposito sono riassunti in : https://lapresse.tn/105904/au-coeur-de-la-crise-la-tunisie-appelee-a-honorer-ses-engagements-la-difficile-quete-de-la-solvabilite/?fbclid=IwAR0dr_in-l6vFsjUXnUEjrOpcVyuframT93Ybka9RaYnOrqs6-XJhZm8bBs

 

 

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