26Settembre2022 Il peso della memoria

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di Nura Alawia, volontaria del Servizio Civile Universale in Libano

Durante la settimana di commemorazione del massacro di Sabra e Shatila, che ha avuto luogo quarant’anni fa,  a Beirut est, nel quartiere di Achrafiye, si ricorda anche l’uccisione di Bashir Gemayel –  capo militare del partito libanese di destra delle Katā’ib, noto anche come falangi libanesi.

Mi trovavo lì casualmente, dopo aver fatto una lunga passeggiata iniziata dall’ufficio di ARCS. Camminando, mi sono imbattuta nei festeggiamenti febbrili e pomposi dei residenti del quartiere, e non solo. La piazza di Achrafiye, un crocevia in cui si incontrano diverse strade principali, era stata chiusa e militarizzata: metal detector per chi entra e per chi esce. C’erano stendardi, bandiere svolazzanti con simbolo delle falangi: un cedro stilizzato su sfondo bianco. Poster e striscioni con le immagini di Bashir a ricoprire le vie che portano alla piazza; schermi e droni volanti a documentare l’importante giorno; pullman che trasportano famiglie concitate provenienti da tutto il Libano.

Ho colto l’occasione e sono rimasta ad osservare il solenne evento, perché non mi era mai accaduto prima. Devo ammettere che l’esaltazione degli adulti e dei bambini condita con un tocco di fanatismo e ingenuità mi hanno sorpresa.

In risposta all’uccisione di Bashir Gemayel, nella stessa settimana di quarant’anni fa, nella periferia a sud-ovest di Beirut, si è consumata una tragedia umana, un vero e proprio crimine di guerra, così definito dal giornalista Robert Fisk. Nei giorni tra il 16 e il 18 settembre, in piena guerra civile, nel quartiere di Sabra e nel campo profughi di Shatila, un numero non identificato di palestinesi – tra i 1500 e i 3000 – sono stati barbaricamente uccisi dalle falangi cristiano maronite libanesi e dall’esercito del Libano del Sud, complice Israele, che aveva lanciato l’operazione “Pace in Galilea”, invadendo il paese per la seconda volta. Il generale dell’esercito israeliano Ariel Sharon decise di chiudere ermeticamente i campi profughi e di mettere cecchini sui tetti di ogni palazzo. Niente e nessuno poteva entrare nei campi. Ebbero quindi gioco facile le milizie cristiane libanesi, costituite dai falangisti: dinanzi a loro quasi solo donne, anziani e bambini.

A Shatila, le celebrazioni hanno avuto inizio in un teatro, per poi confluite in un corteo solenne, quasi liturgico, in direzione del cimitero dei martiri all’interno del campo profughi. L’evento, ha visto la partecipazione di diversi esponenti dell’establishment libanese. C’era anche una delegazione italiana, che ogni anno, nel mese di settembre, arriva qui, a Beirut e prende parte alle commemorazioni. La delegazione, parte del Comitato “per non dimenticare Sabra e Shatila”,  insieme ad alcuni famigliari sopravvissuti al massacro,  ha deposto una corona nel cimitero di Shatila in memoria dei martiri.

In Libano, durante la guerra civile, e non solo, le personalità politiche di spicco venivano spesso assassinate. All’interno di quasi ogni fazione. Ed è esattamente la simbologia e la narrativa che viene costruita attorno a queste persone a mantenerle ancora in vita, a renderle dei martiri. Nonostante abbiano lasciato fisicamente questo mondo, continuano a ispirare centinaia di persone. La conseguenza di uno di questi assassini, è stata l’uccisione di uomini, donne, anziani e bambini palestinesi. Eppure, nel giorno di commemorazione, la fiumana di persone che hanno marciato a suon di melodie dell’orchestra palestinese, ha contribuito a mantenerne vivo il ricordo. Loro continuano ad ispirarci. 

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