27Settembre2022 Le Chefferies: tra cultura, potere e tradizione

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di Elisa Ginevra Giacomelli, volontaria del Servizio Civile Universale in Camerun.
Cultura e tradizioni d’un intero popolo non sono sintetizzabili in poche righe, specialmente quando si parla del Camerun, un paese, che racchiude in sé tante anime diverse. Ciononostante, se ci si limita a considerare il solo altopiano della regione dell’Ovest (hauts plateaux de l’Ouest), dove ARCS lavora, dal punto di vista culturale ed etnografico, a risultare particolarmente caratteristico è la presenza di centinaia di centri di potere tradizionale (Chefferies), ognuno dei quali è guidato da un capo tradizionale – lo Chef – affiancato da un consiglio di “notabili.”
Le chefferies variano di grado (premier, deuxième, troisième) in base alla loro importanza, che è determinata dalla storia, dalle origini, e dalla dimensione della stessa, nonché dal numero di persone che ne fanno parte. Ognuna si distingue per le proprie usanze locali, che differiscono da una chefferie all’altra, ma che su alcuni elementi si ritrovano sempre, tra questi un esempio è la presenza di una foresta sacra e di un palazzo della chefferie, luogo di riunioni e di cerimonie. Anche la gerarchia del potere all’interno delle chefferies, resta pressoché invariata, con un “consiglio dei nove” (M’kamvu) che assiste lo chef nelle decisioni politiche e di un “consiglio dei sette” (Mkam Sombuech) che detiene invece il potere religioso e il sapere delle arti magiche all’interno della chefferie.
Gli chef, a cui vengono attribuiti poteri magici, esercitano un ruolo fondamentale sia a livello spirituale che a livello amministrativo. Da un lato infatti, sono i custodi della tradizione e svolgono una funzione di connessione tra il mondo degli antenati e quello dei viventi e si dice che siano gli unici a padroneggiare, seppur in maniera sommaria, tutte quante le arti magiche. Dall’altro, il loro ruolo va ben oltre quello di guida spirituale, e si estende a funzione di amministratori locali, garanti dell’ordine comunitario.
L’essere riconosciuti e legittimati a livello politico dalle strutture classiche di governo statale, permette agli chef di ricoprire un ruolo fondamentale di mediazione fra le istituzioni e il territorio.
Il dato più peculiare è che le strutture di potere tradizionale delle chefferies non configgono né vengono ostacolate da quelle più “moderne” dello Stato. Al contrario, i due sistemi di governo convivono in un unico spazio politico dal 1960, e fanno a tutti gli effetti parte d’un più ampio sistema ibrido, ove le “strutture tradizionali sono incaricate di assistere gli organi amministrativi nell’esercizio delle loro funzioni”. In questo spazio, modernità e tradizione si mescolano e si compensano: laddove le strutture statali hanno più difficoltà ad arrivare, nelle comunità e nei villaggi più remoti, questi sono più facilmente raggiunti dall’amministrazione delle chefferies locali. La strategia, a mio avviso lungimirante, può perciò sintetizzarsi nella scelta di “lavorare insieme”, anziché contro. Si è scelto di incorporare il sistema delle chefferies tradizionali (che esistono da secoli!), assicurandone la rappresentanza nei consigli regionali (legge del 1996), con la consapevolezza che le prime rappresentano un canale più unico che raro, attraverso il quale le politiche istituzionali possono raggiungere il cuore delle popolazioni rurali. 
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