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Ludovica Ramundo e Filippo Save, volontari del Servizio Civile Universale in Tunisia
Abbiamo deciso di raccontare uno dei progetti che si è appena concluso nella sede di Tataouine, un progetto che intreccia patrimonio culturale, lavoro artigianale e trasformazioni ambientali. Per farlo abbiamo scelto di affidarci alle parole di Mabrouk, nostro collega e ricercatore.
Il progetto “Partnership for Heritage” aveva come obiettivo quello di rafforzare la protezione del patrimonio culturale, preservare l’artigianato tradizionale e creare nuove opportunità di lavoro, anche attraverso il turismo culturale. Per fare ciò, le attività si sono sviluppate su più livelli. Da un lato, il progetto ha lavorato sulla documentazione del patrimonio, identificando e catalogando elementi materiali e immateriali della regione. Dall’altro, ha promosso strategie di preservazione a lungo termine, capaci di rispondere alle minacce poste dal cambiamento climatico e dai contesti di fragilità sociale. All’interno di questo percorso, un ruolo chiave è stato svolto da Mabrouk Lazaar, docente a contratto presso l’Istituto Superiore di Arti e Mestieri di Tataouine, nel Dipartimento di Antropologia. Mabrouk è ricercatore in storia, archeologia e studi sul patrimonio culturale, con un’attenzione particolare al patrimonio materiale e immateriale del sud-est tunisino. Nel progetto ha contribuito sia dal punto di vista scientifico e accademico, sia grazie alla sua lunga esperienza di lavoro sul campo. Inoltre, ha svolto una funzione fondamentale di mediazione tra il team internazionale e la comunità locale, in particolare con le donne artigiane.
Uno degli obiettivi principali del progetto era la tutela del patrimonio culturale e la salvaguardia delle tecniche artigianali tradizionali. Secondo Mabrouk, questo obiettivo è stato raggiunto soprattutto grazie a un approccio strutturato e graduale. Come racconta, «i progetti di protezione del patrimonio culturale iniziano quasi sempre con una fase di inventario e documentazione, ed è esattamente ciò che è stato fatto anche in questo caso».
Il patrimonio immateriale è stato analizzato attraverso un contatto diretto con le donne artigiane, per comprendere quali pratiche siano ancora vive, quali siano scomparse e perché. Mabrouk sottolinea come siano emerse cause molto chiare: «il cambiamento climatico e la mancanza di interesse delle nuove generazioni hanno avuto un impatto diretto sulla scomparsa di alcune tecniche tradizionali».
Inoltre, uno dei punti di forza del progetto è stato quello di non fermarsi alla sola documentazione e infatti, «si è cercato di rilanciare alcune competenze artigianali e di incoraggiare le donne attraverso l’organizzazione di workshop». Da questi laboratori sono nati prodotti che oggi vengono valorizzati attraverso il centro e il sito del progetto.
Tra tutti gli aspetti del lavoro svolto, quello che rende Mabrouk più orgoglioso è senza dubbio la dimensione umana. «Lavorare direttamente con le donne artigiane è stato l’elemento più gratificante», racconta. Pur essendo un progetto con una forte base scientifica, il suo valore sta anche nella capacità di incidere concretamente sulla vita delle persone: «le donne sono state davvero al centro di questo progetto».
Un altro elemento fondamentale è l’attenzione alla sostenibilità, soprattutto in relazione agli effetti del cambiamento climatico. Il progetto ha messo in evidenza come alcune pratiche, in particolare la tessitura e la tintura naturale della lana, siano state duramente colpite da siccità prolungate e mutamenti ambientali. Per questo motivo sono stati organizzati workshop specifici sulla tintura naturale, con un duplice obiettivo: trasmettere le competenze tradizionali e adattarle alle nuove condizioni ambientali grazie al supporto di esperti.
Secondo Mabrouk, i benefici per la comunità locale sono evidenti. «Il valore dei workshop si vede nei prodotti realizzati e nel fatto che le artigiane abbiano chiesto di ripetere le attività», segno che l’esperienza è stata realmente utile.
Guardando al futuro, Mabrouk immagina il Centro di Chenini come uno spazio gestito in modo sostenibile, capace di valorizzare il patrimonio culturale e allo stesso tempo di sostenere economicamente le donne artigiane. Un luogo che non sia solo vetrina, ma anche punto di coordinamento, vendita e promozione, in grado di garantire un reddito stabile e preservare saperi che rappresentano l’identità della comunità.
Infine, inserendo il progetto nel quadro più ampio delle attività di ARCS e di altre organizzazioni tunisine e internazionali, Mabrouk lo definisce come una continuità rispetto a esperienze precedenti, ma con un valore aggiunto: l’integrazione tra sostegno sociale, economico e ricerca scientifica. «Ognuno ha contribuito secondo le proprie competenze, ed è proprio questo approccio integrato che rende il supporto davvero sostenibile».

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