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Paesi di intervento
Cristina De Gisi e Mario Chiarella, volontari del Servizio Civile Universale in Giordania
Nella cornice di “Storia in transito”, un racconto collettivo che intreccia luoghi e vite, passato e futuro attraverso lo sguardo di persone diverse, per età, genere ed origini.
Abbiamo parlato di comunità e resilienza con Amira Alshami, donna palestinese cresciuta in Giordania e oggi operatrice nel settore umanitario.
Dopo il racconto di Arwa, ragazza con disabilità che ci ha parlato della sua realtà e delle sue sfide, abbiamo posto gli stessi quesiti ad Amira, che da tredici anni lavora all’interno di progetti per organizzazioni internazionali volti al rafforzamento dei contesti locali.
“Sono di origine palestinese, della Striscia di Gaza, e vivo in Giordania. Il mio nucleo familiare è qui con me, mentre la mia famiglia allargata si trova ancora a Gaza: una realtà che ha inciso profondamente sulla mia personalità e sul mio modo di concepire il lavoro umanitario. Questa separazione geografica ed emotiva mi ha insegnato il valore della responsabilità, della pazienza e dell’impegno verso le cause delle persone, soprattutto in contesti di crisi.
Sono cresciuta in un ambiente urbano e familiare che ha sempre sostenuto il lavoro e il ruolo delle donne, rendendomi più consapevole dell’importanza di trasferire questa esperienza all’interno della mia comunità. Credo fermamente che l’empowerment sociale ed economico delle donne sia un punto di accesso fondamentale per costruire famiglie forti e coese e, di conseguenza, una società più capace di affrontare le sfide. Quando una donna ha successo, diventa una madre più forte, contribuisce a costruire una famiglia produttiva e questo ha un impatto positivo sui bambini, sui giovani e su tutti i membri della famiglia.
Sebbene la mia formazione accademica sia in ambito bancario, è stata la mia lunga esperienza sul campo a definire il mio vero percorso professionale. Il lavoro sul campo, il contatto diretto con le comunità e l’osservazione dei bisogni reali delle persone mi hanno portato a credere che il lavoro umanitario non sia semplicemente una serie di progetti, ma una responsabilità etica e umana.
Il mio approccio al lavoro è inoltre direttamente influenzato dalle mie radici familiari e culturali. La mia appartenenza palestinese e la mia esperienza di rifugiata in un contesto regionale complesso mi hanno resa particolarmente sensibile alle questioni di giustizia, dignità e diritti.”
In quali momenti o contesti percepisci una reale partecipazione delle persone alla vita collettiva?
“Anche se vivo nella stessa comunità in cui lavoro, ritengo che il senso di appartenenza reale abbia ancora bisogno di spazi più ampi. Attualmente non esistono sufficienti spazi stabili e sostenibili che permettano a donne, giovani, rifugiati e persone con disabilità di essere veri protagonisti e la loro partecipazione è spesso limitata a programmi specifici e temporanei.”
Dal tuo punto di vista, quali sono le principali sfide nel lavorare nella cooperazione internazionale in questo contesto?
“Dal mio punto di vista, le principali sfide nel lavoro umanitario riguardano le normative locali, che talvolta limitano la flessibilità operativa delle organizzazioni, creando una distanza tra ciò che viene pianificato nei progetti e ciò che è concretamente realizzabile sul campo.
Un’ulteriore grande sfida è rappresentata dalle differenze culturali. Molti interventi sono progettati secondo visioni internazionali generiche, senza un’adeguata attenzione alle specificità sociali e culturali locali, in particolare per quanto riguarda la protezione e l’empowerment. Questo può portare, in alcuni casi, a uno scontro tra i saperi locali e le soluzioni proposte dall’esterno.
Ciò che spesso risulta difficile da comprendere per chi arriva da fuori è la complessità del tessuto sociale, la delicatezza delle relazioni all’interno delle comunità e il ruolo centrale di valori e tradizioni nel modellare i comportamenti individuali. Una comunità non può essere trattata come un modello unico replicabile ovunque.”
Quali storie, invece, pensi che andrebbero raccontate di più?
“In base alla mia esperienza, donne, giovani e rifugiati incontrano spesso difficoltà nel far sentire davvero la propria voce e nell’essere rappresentati nei luoghi decisionali, rimanendo troppo spesso semplici beneficiari dei servizi.
Se qualcuno dall’esterno volesse raccontare questa comunità, rischierebbe di ridurla esclusivamente a problemi e crisi, trascurando invece le storie di resilienza, solidarietà, capacità di adattamento e i piccoli successi quotidiani costruiti dalle persone.
C’è invece un grande bisogno di raccontare maggiormente le storie di donne leader, di giovani intraprendenti e di famiglie che sono riuscite a superare condizioni difficili e a costruire una vita dignitosa.
Immaginando al futuro tra vent’anni, auspico che donne e giovani siano al centro dei processi di sviluppo e di presa di decisione, come partner reali nella guida della società e non solo semplici destinatari.
Il cambiamento autentico, infine, deve nascere dall’interno delle comunità stesse, attraverso la fiducia nelle persone, l’accettazione reciproca e la costruzione di relazioni basate sulla fiducia. Quando crediamo nelle nostre capacità e in quelle degli altri, il cambiamento diventa possibile e duraturo.”

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