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Almeno 3.089 persone uccise e 9.379 ferite dal 2 marzo. Tra le vittime ci sono 296 donne e 216 bambini. Numeri che raccontano il collasso di un Paese intrappolato in una guerra che continua a colpire la popolazione civile, nonostante gli annunci di tregua e cessate il fuoco continuamente violati da nuovi bombardamenti israeliani e ordini di evacuazione.
In Libano la crisi umanitaria peggiora giorno dopo giorno. Gli attacchi continuano a colpire il sud del Paese e nuove aree urbane, mentre migliaia di famiglie vivono in una condizione di precarietà permanente, senza alcuna prospettiva di ritorno sicuro alle proprie case. A Nabatieh, per la prima volta dall’inizio dell’escalation, gli ordini di evacuazione hanno coinvolto interi quartieri della città. Il 19 maggio un raid ha colpito anche l’ospedale di Tibnine, ferendo nove persone, tra cui sette operatori sanitari.
Ma oltre alle bombe, oggi in Libano si combatte anche una guerra silenziosa fatta di ospedali al collasso, medicine introvabili e acqua che rischia di scomparire.
Secondo l’ultimo rapporto OCHA, tra il 60 e l’80% delle famiglie nei distretti più colpiti non riesce più a permettersi cure mediche di base, ricoveri o farmaci essenziali. Solo il 68% delle strutture sanitarie del Paese è ancora pienamente operativo: le altre lavorano con personale ridotto, scorte insufficienti e servizi limitati. Migliaia di persone rinunciano alle cure semplicemente perché non possono pagarle.
Alla crisi sanitaria si aggiunge quella idrica. Il settore dell’acqua e dell’igiene rischia il collasso totale già dalle prossime settimane senza nuovi finanziamenti internazionali. La mancanza di carburante e risorse per alimentare i sistemi di pompaggio potrebbe interrompere la distribuzione di acqua potabile a centinaia di migliaia di persone, aumentando il rischio di epidemie e malattie soprattutto nei rifugi sovraffollati e nelle aree più colpite.
Gli sfollati ufficialmente registrati hanno superato il milione, ma le organizzazioni umanitarie stimano che le persone costrette a lasciare le proprie case siano in realtà oltre 1,5 milioni: circa un terzo dell’intera popolazione del Libano. Circa 130 mila persone vivono nei rifugi collettivi aperti nel Paese, mentre la maggior parte sopravvive in sistemazioni temporanee, in case in affitto dai costi insostenibili, ospitate da famiglie ormai allo stremo, in rifugi improvvisati o per strada.
Molte persone tentano di rientrare nei propri villaggi per trovare case distrutte, assenza di acqua ed elettricità e la presenza di ordigni inesplosi.
Anche l’istruzione è stata travolta dalla crisi. Oltre 336 scuole pubbliche sono oggi utilizzate come rifugi per gli sfollati e più di 115 mila bambini e bambine non hanno accesso regolare alla scuola. In molte aree cresce il disagio psicologico, mentre aumentano i rischi di sfruttamento e lavoro minorile tra i minori costretti a vivere lontano da casa.
Intanto il piano umanitario delle Nazioni Unite per il Libano resta gravemente sottofinanziato. Più della metà delle risorse necessarie non è ancora stata stanziata, limitando drasticamente la possibilità di garantire assistenza sanitaria, acqua, protezione e beni essenziali.
Il Libano continua così a sprofondare in una crisi umanitaria sempre più profonda, nel silenzio di una comunità internazionale che ancora non riesce a fermare la violenza né a garantire il sostegno necessario alla popolazione civile.
ARCS è impegnata con il proprio staff nella distribuzione di coperte, materassi, cibo, pannolini, kit igienici e di pronto soccorso, acquistati grazie ai fondi raccolti attraverso la campagna #EmergenzaLibano. È possibile sostenere questo impegno con una donazione.

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