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Il Senegal attraversa una delle crisi politiche più delicate della sua storia recente. Nella notte tra il 24 e il 25 maggio 2026, il Presidente della Repubblica Bassirou Diomaye Faye ha destituito con decreto il Primo Ministro Ousmane Sonko, sciogliendo contestualmente l’intero governo.
La rottura segna la fine del tandem politico che aveva portato alla vittoria elettorale del marzo 2024 il partito Pastef, considerato il simbolo della promessa di cambiamento e “rottura” con il sistema politico precedente. Per mesi, infatti, lo slogan “Faye è Sonko” aveva sintetizzato il legame politico tra i due leader: Sonko, escluso dalla corsa presidenziale a causa delle vicende giudiziarie che lo avevano coinvolto, aveva indicato Faye come proprio candidato, contribuendo in modo decisivo alla sua elezione.
Dietro la crisi emerge però una lunga fase di tensioni interne al potere. Già nel corso del 2025 erano diventate evidenti le difficoltà di una leadership condivisa, con un Presidente formalmente alla guida dello Stato e un Primo Ministro percepito come il vero punto di riferimento politico del movimento, soprattutto tra i giovani e nelle mobilitazioni popolari.
Al centro dello scontro vi è stata soprattutto la gestione della grave crisi economica che attraversa il Paese. Nel settembre 2024 il governo aveva denunciato l’esistenza di un “debito nascosto” di circa 7 miliardi di dollari ereditato dalla precedente amministrazione dell’ex presidente Macky Sall. Una situazione che avrebbe portato il debito pubblico a livelli record, pari a circa il 132% del PIL, spingendo il Fondo Monetario Internazionale a congelare un programma di sostegno finanziario da 1,8 miliardi di dollari.
Di fronte alla crisi, le divergenze tra Faye e Sonko si sono fatte sempre più profonde. Il Presidente avrebbe scelto una linea più pragmatica, orientata alla rinegoziazione del debito con i partner internazionali e le istituzioni finanziarie, mentre Sonko si sarebbe opposto alle misure richieste dal FMI, in particolare a possibili interventi sui sussidi energetici e sulle politiche sociali.
Anche le questioni legate all’agricoltura e alle risorse energetiche hanno contribuito ad alimentare il conflitto politico. Inoltre la promessa di rinegoziare i contratti petroliferi e del gas con multinazionali internazionali ha proceduto più lentamente del previsto, aumentando le frustrazioni interne al governo e tra i sostenitori del cambiamento.
Nelle ultime settimane la crisi si è trasformata apertamente in uno scontro per il controllo politico del Paese. Faye ha rilanciato una nuova coalizione, “Diomaye Prési”, affidandone la guida all’ex premier Aminata Touré, in una mossa interpretata da molti osservatori come il tentativo di emanciparsi dall’influenza del suo ex alleato in vista delle future scadenze elettorali.
Poche ore prima della destituzione, Sonko aveva dichiarato davanti all’Assemblea Nazionale di non voler essere un Primo Ministro disposto a “obbedire ciecamente”, rivendicando pubblicamente la propria autonomia politica. Nelle ultime ore si è inoltre dimesso il presidente dell’Assemblea nazionale, Malick Ndiaye. Secondo diversi osservatori politici senegalesi, questo gesto potrebbe aprire la strada proprio a Sonko, che potrebbe puntare alla presidenza dell’Assemblea nazionale, rafforzando così il proprio peso istituzionale dopo l’uscita dal governo. Nella giornata di domani è attesa una decisione cruciale sul suo possibile rientro nel seggio parlamentare e sulla scelta del successore di Ndiaye.
Al momento la situazione nel Paese appare tesa ma sotto controllo. Non sono stati segnalati scontri violenti, anche se centinaia di sostenitori di Sonko si sono radunati sotto la sua abitazione dopo l’annuncio della destituzione. Lo stesso ex premier ha scelto toni relativamente concilianti, pubblicando un breve messaggio sui social in cui ha dichiarato di andare a dormire “con il cuore leggero”.
Resta però forte l’incertezza sugli sviluppi politici delle prossime settimane. Tra gli scenari possibili vi sono la formazione di un nuovo governo più vicino al Presidente Faye, una paralisi istituzionale dovuta ai rapporti di forza all’interno del Parlamento, dove molti deputati restano fedeli a Sonko, oppure una crescente polarizzazione sociale che potrebbe riaprire la stagione delle proteste di piazza che tra il 2021 e il 2024 aveva attraversato il Senegal.
La crisi rappresenta un passaggio cruciale per il futuro politico del Senegal, considerato fino ad oggi uno dei Paesi più stabili dell’Africa occidentale.
In questo contesto, lo staff di ARCS presente in Senegal sta monitorando costantemente l’evoluzione della situazione sul terreno, in contatto con i partner locali e con l’obiettivo di garantire aggiornamenti continui e una lettura attenta degli sviluppi politici e sociali.

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