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Dal sito di Unimondo >>> https://www.unimondo.org/news/e-una-nakba-e-la-palestina-2-0-dal-libano-la-voce-di-una-cooperante-italiana
Arcs Culture Solidali è l’ong di promozione sociale dell’Arci, attiva in Libano dai primi anni Duemila. Attualmente il suo lavoro è radicato nella zona di Baalbek-Hermel, nel nord-est della valle della Bekaa, al confine con la Siria. Per capire la situazione in questa nazione grande quanto l’Abruzzo, abbiamo raggiunto Virginia Sarotto, coordinatrice Arcs nella sede di Beirut dal giugno 2024.
Qual è la situazione nell’area di Baalbek-Hermel dove ti trovi?
“È stata una delle più colpite dai bombardamenti israeliani, soprattutto nel 2024-2025. Attualmente lo è meno del sud, ma resta una zona estremamente calda, perché su questo territorio c’è una presenza consistente di Hezbollah”.
Quali progetti avete in campo?
“Su Baalbek-Hermel abbiamo due progetti di sviluppo. Il primo è di supporto alle comunità e alle piccole attività commerciali, è attivo da un anno e mezzo, e nonostante la guerra siamo riusciti a continuarlo grazie al radicamento sul territorio di Arcs e perché pur trattandosi di zone interessate dai bombardamenti, non sono intensi come al Sud. Siamo inoltre riusciti a erogare anche dei beni di sostegno alle attività economiche di piccoli produttori. Il secondo progetto, avviato a settembre 2025, era nella fase iniziale quando a marzo c’è stata una nuova escalation e questo ha reso difficile avviarlo, anche se dopo una fase di rallentamento stiamo riprendendo le attività. In parallelo abbiamo avviato progetti di emergenza con i nostri partner, tra cui Nahnoo e la Tiro Association for Arts, distribuendo cibo, prodotti igienici e di prima necessità a Beirut, nel governatorato del Monte Libano e nella città di Tiro. Grazie a un fondo dell’Otto per mille della Chiesa Valdese, a cui se n’è aggiunto uno della cooperazione italiana, stiamo avviando in questi giorni una risposta più strutturata all’emergenza in varie zone del Paese”.
Chi sono i vostri partner locali?
“Sia nella raccolta fondi, sia nelle altre progettualità dell’emergenza, c’è innanzitutto Nahnoo, un’associazione libanese basata a Beirut, che ‘in tempi normali’ lavora molto sulla partecipazione delle comunità alla vita pubblica, sulla gestione degli spazi comuni. Fanno un bel lavoro anche sulla partecipazione democratica, sulla costruzione di una società civile organizzata, intersettaria. Già nel 2024 e nuovamente ora, nell’emergenza stanno rispondendo assieme a noi alle esigenze delle persone dal basso: distribuiscono cibo, prodotti per l’igiene, fanno attività di supporto psicosociale per i bambini e le famiglie, sia a Beirut che nel sud, tra Saida e Nabatieh. Un altro partner con cui lavoriamo soprattutto nella raccolta fondi è la Tiro Association for Arts, un’associazione culturale con la quale siamo stati impegnati in diversi progetti culturali. Li abbiamo ad esempio supportati con una campagna per restaurare e riaprire al pubblico un teatro a Beirut che, come gli altri a Tiro e Tripoli gestiti dall’associazione, durante l’emergenza sono diventati rifugi: hanno aperto le porte per accogliere le persone e a loro abbiamo consegnato pacchi alimentari e prodotti igienici”.
Qual è la situazione complessiva del Paese?
“È sempre più grave, terribile, disarmante, nel senso che semplicemente è stata normalizzata la gravità. Nessuna condizione del cessate il fuoco è stata rispettata. Beirut non viene più bombardata tutti i giorni come a marzo, ma in realtà la situazione è molto più grave di due mesi fa. Anche se viene risparmiata la capitale, nel Paese i bombardamenti di Israele sono continui e hanno devastato il sud al punto che le persone non potranno più tornare. C’è un’invasione di terra in atto da parte dell’esercito israeliano e oltre il 20% del territorio libanese è forzatamente sfollato e bombardato: dal confine meridionale fino al fiume Zahrani l’intero territorio è sotto il fuoco. Sono ordini di sfollamento forzato, non ordini di evacuazione: non usiamo il linguaggio israeliano che è quello dell’oppressore. È una nakba, è la Palestina 2.0. Un terzo degli abitanti del Paese si è dovuto spostare nei rimanenti due terzi, sovraccaricando un sistema già privo di servizi di base e risorse”.
Per i bambini un diritto negato a causa della guerra è sicuramente quello all’istruzione, visto che nelle scuole vengono accolti gli sfollati. Voi avete anche progetti scolastici attivi?
“Al momento no, ne abbiamo avuti. L’ultimo lo abbiamo terminato lo scorso febbraio di quest’anno. Era un supporto educativo, rivolto soprattutto ai bambini della comunità siriana, tendenzialmente più discriminati a livello di diritti, in una zona di Beirut che si chiama Nabaa e si trova a Bourj Hammoud”.
Oltre all’emergenza abitativa, qual è la situazione in merito ai servizi alla popolazione?
“Il Libano già non aveva servizi pubblici di base: erano pochi e di scarsa qualità. In un Paese in cui tendenzialmente è tutto privato, adesso è ovviamente ancora più difficile accedere alla sanità e all’istruzione. Le scuole pubbliche continuano a essere chiuse perché ospitano gli sfollati. Quelle private a volte sono aperte e c’è quindi una questione di classe tra chi si può permettere le scuole private e quelli che non hanno alcun tipo di prospettiva sulla riapertura di quelle pubbliche per accogliere i bambini nel prossimo anno. Davvero non so come riprenderà il sistema educativo in questo Paese. Stesso discorso per la sanità: già carente prima, ora è ancora peggio perché ovviamente non ci sono risorse. Un terzo degli abitanti del Paese si è spostato nei rimanenti due terzi. Già privo di risorse prima, c’è sovraffollamento ed è tutto ancora più sovraccarico”.
Cosa manca sul piano strutturale?
“In Libano c’è una dinamica di colonialismo palese di cui nessuno parla. I negoziati sono una grande messa in scena. Non avviene ad armi pari. Inoltre non stiamo parlando di un conflitto o di una guerra, perché in realtà non c’è uno Stato contro un altro: c’è una nazione estremamente forte e potente come Israele contro Hezbollah, la milizia di un partito politico. Il governo libanese non ha i mezzi, non ha le risorse, non ha neanche le armi per essere un interlocutore pari con Israele. La resistenza possiede armi che l’esercito libanese non può avere, perché c’è un monitoraggio statunitense su quest’ultimo. Le forze armate libanesi non hanno per esempio un’aviazione”.
Quindi? Cosa si può fare?
“Servirebbe un lavoro politico, ce ne accorgiamo anche noi nella nostra attività umanitaria. Noi possiamo rispondere alle esigenze della popolazione, così come fanno le associazioni libanesi. C’è tantissima società civile locale e internazionale che fa fronte all’emergenza ed è meraviglioso. Detto questo bisogna però agire sul piano politico, perché noi possiamo metterci milioni in raccolte fondi per comprare il cibo, ma finché qualcuno non fa rispettare il diritto internazionale e non si dice che comunque non sono negoziati ad armi pari, non risolveremo mai il problema strutturale. Questa è la sesta invasione del Libano da parte di Israele e si stanno prendendo il Paese. Una storia già vista. Finché non si riconosce che il mediatore tra le parti, gli Stati Uniti, non è imparziale, e le due parti, Israele e il Libano, non hanno equi poteri, non si va da nessuna parte. Bisogna leggerla così, altrimenti non ce la stiamo raccontando giusta”.
Foto: Attacco aereo in un villaggio del Libano meridionale il 6 aprile 2026 – Mahdi313 da Shutterstock

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