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L’immagine di un soldato israeliano, in pieno assetto da combattimento, che in un appartamento sventrato di Gaza City cavalca beffardamente un cavallino di legno tra detriti e materassi sporchi, è il simbolo più eloquente di mille giorni di genocidio. Non una scena isolata, ma l’emblema di un processo sistematico di disumanizzazione documentato con estrema precisione dalla Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sul Territorio palestinese occupato e Israele. Nel suo ultimo rapporto, la Commissione ha analizzato migliaia di prove forensi e testimonianze, giungendo alla conclusione che le forze di sicurezza israeliane abbiano deliberatamente commesso crimini di guerra, contro l’umanità e atti di genocidio. Tra le prove raccolte figurano almeno 35 episodi documentati in cui soldati israeliani hanno filmato la distruzione o l’utilizzo derisorio di simboli dell’infanzia (giocattoli, materiale scolastico e oggetti appartenuti ai bambini) trasformandoli in trofei di guerra.
In questi mille giorni, il bilancio delle vittime dirette del genocidio ha assunto dimensioni apocalittiche: almeno 73.066 palestinesi sono stati uccisi dalle operazioni militari israeliane e 173.514 sono rimasti feriti. Ma è il prezzo pagato dai più piccoli a restituire la misura della tragedia: almeno 21.500 bambini sono stati uccisi, tra cui 1.022 neonati. Altri 9.500 civili risultano dispersi, sepolti sotto 68 milioni di tonnellate di macerie che, secondo le Nazioni Unite, richiederebbero oltre 140 anni per essere rimosse ai ritmi attuali. Oltre il 90% della Striscia di Gaza è stato distrutto. Dietro questi numeri si cela il dramma di circa 58.554 bambini che hanno perso uno o entrambi i genitori, alimentando una nuova e tragica definizione coniata dai medici di Gaza: WCNSF (Wounded Child No Surviving Family), bambini feriti senza alcun familiare superstite. Almeno 22.000 minori dovranno convivere con mutilazioni o disabilità fisiche gravi; impossibile stimare l’impatto dei danni prodotti dalle condizioni di vita e dai traumi vissuti: il 96% dei bambini di Gaza vive in uno stato di terrore costante, convinto che la propria morte sia imminente.
La Commissione d’inchiesta ha evidenziato come questa strage non sia il risultato di effetti collaterali della guerra, ma l’esito di una condotta militare e di scelte politiche che violano sistematicamente il diritto internazionale. Le indagini hanno documentato l’impiego di droni quadricotteri e cecchini per colpire i minori alla testa e al torace, anche mentre sventolavano bandiere bianche o cercavano di raccogliere legna da ardere. A questo si aggiunge l’uso della fame come arma di guerra: nell’agosto 2025 la carestia è stata ufficialmente dichiarata nel Governatorato di Gaza. Almeno 151 bambini sono già morti di fame, quasi 95.000 soffrono di malnutrizione acuta e circa 400.000 persone sopravvivono con un solo pasto al giorno. Il 62% dei farmaci essenziali per l’assistenza primaria è esaurito e, in meno di tre anni, l’aspettativa di vita nella Striscia è precipitata fino a circa 40 anni. Segni profondi anche sulla maternità e sulla natalità: nella prima metà del 2025 le nascite sono diminuite del 41% rispetto allo stesso periodo del 2022, gli aborti spontanei sono aumentati fino al 300% dall’ottobre 2023 (con circa 2.600 casi e 220 decessi fetali intrauterini nei primi sei mesi del 2025) e, entro marzo 2026, una gravidanza su tre è stata classificata ad alto rischio a causa di stress, malnutrizione e assenza di cure mediche.
Il futuro di un’intera generazione è stato sistematicamente compromesso anche attraverso la distruzione del sistema educativo e l’eliminazione fisica di insegnanti e intellettuali. Oggi il 97% delle scuole di Gaza è danneggiato o distrutto, e il diritto all’istruzione è negato a circa 625.000 studenti da tre anni consecutivi. Secondo la Commissione delle Nazioni Unite, questi atti configurano non solo crimini di guerra e crimini contro l’umanità, ma anche un’azione deliberata volta a compromettere la continuità biologica e sociale del popolo palestinese.
Nonostante le misure cautelari vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia e i rapporti sempre più circostanziati delle agenzie umanitarie e delle organizzazioni per i diritti umani, la comunità internazionale è rimasta in larga parte inerte e si è resa in molti casi attivamente complice dei crimini israeliani. Mentre i corpi dei bambini venivano dilaniati da una potenza di fuoco sedici volte superiore a quella della bomba di Hiroshima, molti Stati hanno continuato a garantire a Israele forniture militari, accordi commerciali e impunità, assistendo quasi in silenzio alla distruzione di un’intera generazione sotto gli occhi del mondo.
Quello che resta è una domanda che continuerà a pesare sulla coscienza del mondo nei decenni a venire: chi sapeva e poteva, perché ha scelto, e continua a scegliere, di non fermare Israele?

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