Introduzione
«C’est pire que ça. C’est une compétition pour sortir d’une bataille», ovvero: «È peggio di così. È una competizione per uscire da una battaglia». Così Tapha, uno dei ragazzi conosciuti durante l’anno di servizio civile a Louga, in Senegal, mi parlava del tortuoso percorso burocratico che aveva da poco intrapreso per ottenere un Visto canadese, nella speranza di poter emigrare legalmente verso il Nord America e ricominciare una nuova vita.
Ascoltando le sue vicende, costellate da innumerevoli sfide e complicazioni – partendo dalla difficoltà di trovare un intermediario in grado di fissare un incontro con l’ambasciata del Canada e aggiudicarsi uno dei pochi documenti disponibili (una pratica del tutto informale ma estremamente diffusa), per poi passare alla ricerca affannosa del denaro con cui pagarlo, fino alla paura di aver perso i propri soldi, dopo che la persona “fidata” era sparita nel nulla – mi era venuto da commentare: «Tapha, sembra che tu mi stia parlando di una competizione, una sorta di gara ad ostacoli.» La sua precisazione aveva immediatamente aggiunto un ulteriore livello di complessità.
La “battaglia” di cui mi parlava non era altro che la sfida quotidiana a cui è sottoposta la maggior parte dei suoi coetanei. Si tratta infatti di una realtà socio-economica, quella del Senegal odierno, precaria, caotica e sempre più contesa, nella quale le giovani generazioni rappresentano la fascia più penalizzata, nonostante costituiscano l’ampia maggioranza della popolazione. Per molti, pertanto, il sogno di “uscire” da questa battaglia è sinonimo di un traguardo: significa compiere un grande passo verso il tanto atteso – da tanti idealizzato – benessere; inoltre, significa voltare pagina rispetto ad un presente che appare sempre più scoraggiante e privo di prospettive per il futuro.
A partire principalmente dagli anni ‘70, il Senegal ha vissuto numerose stagioni migratorie che hanno portato ad una dispersione della comunità in varie parti del mondo, motivo per il quale è corretto parlare di “diaspora senegalese”. In Italia, ad esempio, secondo quanto riportato dall’ISTAT, i cittadini e le cittadine senegalesi costituiscono una delle minoranze africane più numerose nel nostro Paese (). A distanza di vari decenni dall’inizio della diaspora, il tema della migrazione continua ad essere un argomento di grande attualità nel Senegal contemporaneo vista l’imponenza dei flussi illegali, intrapresi sia via mare che via terra, che ogni anno causano centinaia di perdite in termini di vite umane, oltre che un progressivo spopolamento delle aree rurali ed urbane.
Quello che si sta verificando in Senegal, come in altre parti del mondo, è un vero e proprio dramma sociale che colpisce con particolare intensità il cuore pulsante della nazione, i giovani, e che ancora manca di una soluzione virtuosa, duratura ma soprattutto attenta alla tutela dei diritti umani ed alla promozione di uno sviluppo sostenibile. Al contrario, intensificando i controlli ed innalzando muri alle frontiere, stringendo accordi per il contenimento dei migranti, rendendo le procedure burocratiche sempre più complesse e farraginose ed emettendo Visti con il contagocce, di fatto si fomenta il sistema delle partenze irregolari, molto più rischiose ma allo stesso tempo più accessibili e frequenti.
Ciò che segue vorrebbe essere un piccolo contributo di taglio antropologico-narrativo per una rilettura del fenomeno migratorio possibilmente diversa rispetto alle visioni che dominano il dibattito pubblico – le statistiche, la propaganda politica o le notizie di cronaca – e dunque più attenta alle storie di vita delle persone che, in modo o nell’altro, hanno sperimentato o si trovano a (con)vivere l’esperienza migratoria. Verranno dunque presentati dieci dialoghi che, come nel caso di Tapha, si ispirano a conversazioni realmente avvenute tra il 2023 e il 2024 e poi modificate in fase di stesura, così da garantire l’anonimato di chi parla.
Alcune di queste voci potranno suonare controverse, non lineari, addirittura discordanti l’una con l’altra. Niente di più vero. Lo sono tanto quanto lo è il “filo rosso” che le lega ovvero, per l’appunto, il tema della migrazione. Ciò che implicitamente ci ricordano, come una specie di monito, è che da sempre le migrazioni costituiscono un territorio complesso entro il quale simboli, significati e desideri diversi si mescolano e si intrecciano: ogni tragitto porta con sé una storia personale, unica e, in un certo senso, irripetibile che merita di essere ascoltata.