Il nostro impegno in Afghanistan

Contributo di Enzo Mangini, dall’Afghanistan

L’offensiva di primavera degli insorti afgani miete vittime. L’ultimo attentato, a Kabul, è stato l’11 giugno: un’autobomba piazzata nel parcheggio della Corte suprema, e fatta esplodere all’uscita degli impiegati. Sono morti in 17 e 40 sono rimasti feriti, tra cui donne e bambini.

Il bollettino dal resto del paese è solo un po’ meno tragico, ma gli attacchi degli insorti – una galassia molto composita, non solo Talebani – sono quotidiani.

Eppure, uscire dalla logica dello scontro è possibile, così come è possibile ragionare sul futuro del paese, scommettendo su una possibilità di pace. Una pace che non sia solo accordo politico tra i vertici di un governo nazionale delegittimato dalla corruzione, e quelli di una guerriglia altrettanto poco popolare.

Ne hanno parlato e ne hanno ascoltato le centinaia di studenti e giovani che hanno partecipato ai tre seminari (Mazar-e Sharif, Jalalabad e Kabul) e alla conferenza internazionale di Herat organizzati da ARCS, Rete Afgana, Killid Group, Medhiotek Afghanistan e Civil society development centre, nell’ambito del progetto Afghanistan: attività di formazione e di sostegno alla società civile afgana nel processo di ricostruzione e riconciliazione nazionale” AID 9572 finanziato dalla Direzione Generale cooperazione allo sviluppo del Ministero Affari esteri.

A Mazar-e Sharif, nella nuova sede di Mediothek, si è discusso di diritti dei cittadini, ambiente e beni comuni; a Kabul di diritti dei lavori e di occupazione dei giovani; a Jalalabad di pace e riconciliazione dal basso. Ad Herat, infine, si è discusso del ruolo, delle prospettive, delle aspettative e delle sfide che attendono la società civile afgana dopo il 2014, l’anno cruciale, in cui, tra elezioni presidenziali in primavera e fine della missione Isaf-Nato a dicembre, si gioca l’ennesima svolta della travagliata storia recente del paese. Alla conferenza hanno partecipato Elizabeth Winter, ricercatrice britannica, presidente di Afghan Aid, Mirwais Wardak e Fahi Hakim, della Afghan Independent Human Rights Commission, e Giuliano Battiston, ricercatore e giornalista italiano, che ha presentato i risultati della sua nuova ricerca sulla società civile afgana, portata avanti nell’ambito del progetto.

Il progetto proseguirà con la visita di due rappresentanti della società civile afgana, Mir Hamad Joyenda, del Centre for peace and unity (Cpau) e Homa Alizoy, dell’Afghan Women Network (Awn), in Italia dal 16 al 23 giugno.

A Roma, pochi giorni più tardi, arriveranno anche otto giovani afgani, studenti e attivisti della società civile, per un corso di formazione di una settimana in relazioni internazionali, gestione delle ONG, comunicazione e politiche di genere.

 

Condivido sui social media!

1 Comments

Rispondi a stefania Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *