Da dove prende i soldi l’Isis – @wireditalia

da wired.it

“Siamo in guerra”, ha detto il premier francese Manuel Valls dopo gli attentati di Nizza. Parole ribadite un po’ da tutti come un mantra. Siamo in guerra. Ma contro chi? Non è una nazione, non è un popolo, non è una religione. È un gruppo senza volto, anzi con tanti volti, magari come quello del tranquillo islamico della porta accanto, che all’improvviso si radicalizza come vittima di una mutazione genetica, e compie una strage. Qualcuno cavalcando lo sdegno e la rabbia vorrebbe bloccare le immigrazioni, ma si è visto che a fare le stragi sono quasi sempre cittadini di seconda generazione. Qualcun altro vorrebbe invadere la Siria, dov’è la roccaforte Isis, ma le sue cellule sono già sparse in Europa: un po’ come se per debellare un virus, dai fuoco alla nazione dov’è nato (in realtà l’Is è nato in Iraq, dopo l’invasione americana).

Per tagliare veramente la testa allo Stato islamico bisognerebbe colpire i finanziamenti. Pochi infatti ragionano sul fatto che l’Isis è il gruppo terroristico più ricco al mondo, così come pochi si soffermano su quei soldi fatti recapitare alla famiglia degli attentatori, ovvero quelli che, al di là del pretesto religioso, sono la chiave di tutto.

Per avere una controprova, basta leggere le interviste ai loro militanti, che di religione dimostrano di saperne ben poco, così come basta osservare lo stile di vita di molti di loro per capire che con i precetti del Corano spesso non c’entrano niente. Soldi, dunque. Magari recapitati alla famiglia per garantirle un futuro. Follow the money, per capirci qualcosa.

Ma da dove vengono le finanze dell’Isis? Su questo punto c’è poca informazione, qualche congettura, e come sempre molti luoghi comuni. Cerchiamo allora di fare un po’ di chiarezza, basandoci su fonti interne allo Stato Islamico analizzate dai centri per l’anaisi del terrorismo e dalle task force governative.

Innanzitutto va detto che il modello economico dell’Isis è senza precedenti per un’organizzazione terroristica. Quindi scordatevi Al Qaeda, questa è un’altra bestia. Il suo modello è basato sul controllo territoriale che gli permette l’autofinanziamento e l’appropriazione di risorse. Attualmente lo Stato islamico occupa un territorio di oltre 70mila km2, con circa 8 milioni di abitantifacenti parte dei governatorati siriani di Aleppo, Raqqa, Deir ez-Zor, Homs, Hasakah e Damasco, oltre alle province irachene di Saladin, al-Anbar e Nineveh. È un fatto che le azioni della coalizione internazionale non siano riuscite finora a ridurre drasticamente né le loro capacità di finanziarsi né quella di effettuare transizioni. Grazie a un’economia diversificata, l’Isis è infatti riuscito ad adattarsi mantenendo un alto livello di entrate anche nel 2015: gli è bastato ridurre quelle da risorse naturali (dopo i bombardamenti alle raffinerie) e incrementare le estorsioninei territori occupati. Ecco perché non si fermerà e proverà sempre a conquistare nuovi territori e popolazioni: ne ha bisogno per vivere.

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Fonte: CAT

Per mettere in piedi questo modello economico, lo Stato islamicosi avvale di struttura finanziaria complessa con tanto di ufficio burocratico e direzione amministrativa che fanno capo a un ministro delle finanze e una sorta di gabinetto, con ogni sottosegretario esperto nel proprio campo. Tutti sono sotto la diretta autorità di Abu Bakr al-Baghdadi, il leader religioso e politico. Il principale compito di questa struttura è assicurare il pagamento delle tasse nei territori occupati.

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Fonte CAT (fonte interne all’ISIS)

Tra le risorse che generano più profitti ci sono petroliogasnaturalifosfaticementoagricoltura. Grazie agli attacchi aerei russi e della coalizione, che prima hanno mirato alle raffinerie e poi alle strutture di estrazione, la produzione di petrolio è scesa notevolmente, come si può vedere dal grafico sotto:

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Fonte: CAT

Va detto che la maggior parte del greggio non è contrabbandata direttamente dal gruppo ma da clan e tribù che usano metodi non convenzionali e spesso operano in territori confinanti con frontiere morbide come quelle del regime siriano ma anche di Turchia e Giordania. Anche questo contrabbando però è diminuito parecchio in seguito a controlli più aspri ai confini e al calo dei prezzi internazionali del greggio.

La maggior parte dei guadagni dell’Isis, come già detto, non proviene più dalle risorse ma da quella che in gergo viene definita origine criminale, cioè estorsioni, che comprendono tasse, balzelli, confische e multe; rapimenti e riscatti; traffico di antichità; donazioni. Queste hanno permesso di far guadagnare al gruppo circa 800 milioni di dollari nel 2015 contro i 360 milioni del 2014.

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Fonte: CAT

Le tasse sono in genere applicate al reddito dei cittadini nei territori occupati, redditi che ammontano a circa 1 miliardo di dollari e che hanno permesso un rientro – grazie a un prelievo che va dal 10% al 50%, – di circa 300 milioni soltanto nel 2015. Ma le tasse vengono applicate anche ai transiti di veicoli commerciali nei territori: da 400 a 600 dollari a camion, che permettono di generare più di 250 milioni di dollari.

Ci sono poi quelle sull’agricoltura, sulle attività economiche e, infine, la cosiddetta “tassa di protezione”(jizia)  applicata alle minoranze religiose. Completano l’origine criminale i canoni applicati ad acqua ed elettricità, la vendita di beni archeologici (l’Isis controlla 2.500 siti in Iraq e 4.500 in Siria), le confische, e le multe per chi non segue alla lettera la sharia (da 100 a 500 dollari). La vendita dei beni archeologici è un altro ottimo indicatore della vera natura del gruppo: a differenza dei tanti discorsi iconoclasti volti a sottolineare la forte radice religiosa estremista, da fini mercanti i suoi uomini conservano i manufatti e li rivendono nel mercato nero. Un’attività che ha fruttato nel 2015 circa 30 milioni di dollari.

La mentalità economica ha il suo apice nel controllo nel settore bancario e finanziario. Lo Stato islamico, stando a dati del 2015,possiede circa 115 banche (80 in Iraq e 35 in Siria). Ma non è nemmeno questo il punto, perché quelle banche, grazie alle ultime misure prese, sono ormai usate praticamente soltanto come deposito. Il  punto, cioè quello che permette a Isis di guadagnare attraverso le transazioni, è il cosiddetto hawala system: il network di agenti al soldo del Califfato.

Gli halawadar operano attraverso l’intero territorio occupato e gli alti guadagni che ricevono li incentivano a continuare. Secondo i documenti, fanno principalmente trading con agenti in Turchia e Giordania, riuscendo anche a importare beni non disponibili nei territori occupati. Neutralizzare questo sistema è molto difficile perché è radicato nella società irachena e rappresenta il 50% del business della nazione. Anche una recente blacklist degli agenti accusati di far parte dell’hawala system è servita a poco e le autorità non sono in grado di controllare e regolare le numerose agenzie illegali di exchange.

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Fonte: CAT

Al penultimo posto tra le fonti di finanziamento, ci sono le famose donazioni private. Queste rappresentano un’entrata minima per Daesh: nel 2015 ammontano a circa 50 milioni di dollari contro i quasi 2500 generati da tutte le entrate del Califfato. Ma è anche vero che esistono, e cioè che lo Stato islamico riceve (o ha ricevuto) soldi dagli Stati del Golfo, come dimostrato in un recente report del parlamento inglese.

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Fonte: CAT

Secondo il report, queste donazioni sarebbero arrivate attraverso sistemi di trasferimento alternativi, come ad esempio associazioni no profit. I paesi della coalizione non se la sentono di accusare pubblicamente paesi come Turchia, Arabia Saudita, Kuwait e Qatar, per via della loro preziosa collaborazione contro lo Stato Islamico: un rapporto che che la coalizione considera vitale. Il sottosegretario agli esteri inglese, Tobias Ellwood, ha però ammesso che se qualcuno vicino alla famiglia reale saudita decidesse di farle, è anche facile che ci riesca. E sono in molti a credere che in passato la real casa abbia già chiuso un occhio. Dan Chugg, il capo della task force inglese contro Isil,  afferma che comunque questi finanziamenti sono stati effettuati soprattutto alla nascita di Isis e fino a circa due anni fa, cioè quando le donazioni al gruppo non erano ancora illegali, visto che in Arabia Saudita lo sono diventate solo nel marzo 2015.

Un caso curioso di finanziamento minore, ma oggi sempre più difficile, è quello delle donazioni attraverso social network, come rivela la stessa Arabia Saudita. I donatori vengono attirati attraverso un campagna hashtag da un account Twitter del gruppo, dove gli viene chiesto di collegarsi su Skype, comprare una carta prepagata e mandare il numero attraverso la chat.

Sebbene molto discusse, le donazioni rappresentano però il problema minore. A fare la differenza, come abbiamo visto, è il complesso sistema finanziario dell’Isis. È questo la sua vera forza e colpirlo è l’unico modo per sconfiggere il suo regime di terrore. Per capirlo basta dare un’occhiate alle spese: quelle più alte sono per i salari dei combattenti. Queste comprendono oltre allo stipendio base, premi e bonus che dipendono da nucleo familiare, nazionalità e  località. Aggiungendo quelle per munizioni ed esplosivi si arriva a un totale di diverse centinaia di milioni di dollari. Come visto, lo Stato islamico tiene molto anche a comunicazione e propaganda, sia intese come materiale scritto che come video professionali (camere ad alta definizione, effetti speciali, crane…) e in un solo anno ha rilasciato quasi 15000 materiali, che includono 800 video e 20 magazine tradotti in 11 lingue compreso il mandarino. Molto inferiori risultano invece le spese per ospedali ed educazione.

Nella guerra nascosta per colpire le finanze dell’Isis, l’Italia è in prima linea essendo – insieme a Usa e Arabia Saudita – a capo del Counter-Isil Finance Group (Cifg), il gruppo che si prefigge il compito di negargli l’accesso ai finanziamenti internazionali. Ma sono molte le azioni in atto per colpire il suo impero finanziario. Le entrate per estorsione, che sono le maggiori, dovrebbero per esempio diminuire perché lo stato iracheno ha sospeso il pagamento dei salari, in particolare nella provincia di Nineveh. Inoltre, la condotta violenta del gruppo, i bombardamenti aerei, le tasse sempre più alte, il costo della vita a limite e le disastrose condizioni dei servizi pubblici, stanno costringendo soprattutto la classe media a scappare. Se minare questo sistema è la chiave per sconfiggerlo, bisogna però dire che non è affatto semplice perché il gruppo terroristico ha già dimostrato di sapersi adattare alle situazioni.

Perdendo territorio, e quindi gran parte dei profitti, Daesh potrebbe per esempio decidere di aumentare le entrate attraverso rapimentiriscatti. Non solo occidentali, come siamo abituati a vedere nei video. L’Isis ha infatti rapito oltre 200 assiri cristiani in Siria, ottenendo un pagamento di diversi milioni dollari, che si sommano ai proventi dalla vendita di donne e bambini catturati. Tutte operazioni che soltanto nel 2015 hanno fruttato circa 100 milioni di dollari.

È questo che rende l’Isis unico: essere un sistema politico ed economico strutturato. Averne un’idea naïf , semplificandolo attraverso i soliti luoghi comuni, oltre a a rappresentare un facile esercizio, non darà mai la vera misura del fenomeno. Se proprio volete però, un luogo comune appropriato ci sarebbe. Anzi, una citazione: “è tutta una questione di soldi, il resto è conversazione” (Gordon Gekko, dal film Wall Street).

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